SAN TARCISIO
(Martire del III secolo)

San Tarcisio

 

Il nome del Martire non era Tarcisio, ma Tarsicio, che vuol dire «di Tarso», cioè della città della Cilicia, nella quale era nato l'Apostolo San Paolo.


Di San Tarcisio parla una sola fonte autorevole: il Papa Damaso, il poeta delle Catacombe, vissuto nella seconda metà del IV secolo.


Dopo averlo paragonato a Santo Stefano Protomartire, lapidato dagli Ebrei di Gerusalemme, come San Tarcisio fu lapidato dai pagani di Roma, l'iscrizione del Papa Damaso dice: «Tarcisio portava i misteri di Cristo, quando una mano criminale tentò di profanarli. Egli preferì lasciarsi massacrare, piuttosto che consegnare ai cani arrabbiati il corpo del Signore».
Nella breve iscrizione c'è dunque quanto basta per giustificare la gloria e la singolarità di questo Martire, eroicamente fedele al suo dovere, che era quello di impedire ai «cani arrabbiati» di profanare quei misteri nei quali egli credeva, con certa fede, la presenza del corpo e del sangue del Signore.


Mancano però, nell'iscrizione, quei suggestivi particolari sul conto del Martire che furono aggiunti dopo, anzi molto dopo, perché la devozione di questo Santo presenta un'altra singolarità: quella di essere rifiorita a distanza di secoli, dopo un lungo periodo di dimenticanza attraverso i secoli del Medioevo. E rifiorì, precisamente, con il risveglio del culto dei Sacramenti, cioè all'alba dei tempi moderni.


In un'epoca ancora più vicina, nuova popolarità si è aggiunta alla figura di San Tarcisio grazie ad un uomo di lettere, oltre che di Chiesa, e cioè il Cardinale Wiseman, autore di Fabiola, il fortunatissimo romanzo sulla «Chiesa delle Catacombe», in cui Tarcisio appare come un fanciullo forte e consapevole.


Ma della giovanissima età del martire non si fa cenno, come abbiamo visto, nell'iscrizione di Papa Damaso, unico documento antico di quel martirio. Probabilmente Tarcisio, come Stefano, era un diacono della Chiesa di Roma. Tra i compiti dei diaconi c'era infatti anche quello di distribuire ai fedeli l'Eucarestia, consacrata dai sacerdoti.


C'è un altro particolare suggestivo che appare nelle moderne rievocazioni di San Tarcisio e del suo martirio: quello dell'Ostia rimasta impressa sulla carne del giovane Martire come un sigillo di fedeltà e di purezza.


E infatti, il Martirologio Romano, compilato più di mille anni dopo, precisa che sul cadavere del Santo Martire «non fu ritrovato niente del Sacramento, né in mano né tra le vesti». Per spiegare tale prodigiosa sparizione la fantasia devota immaginò che la particola consacrata, strenuamente difesa dal Martire, fosse diventata carne della sua carne, formando così, con lui, un'unica ostia immacolata.

 

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